Entrare in farmacia è come varcare la soglia di un piccolo universo ordinato, dove una parete, puntualmente, è dedicata ad una distesa di probiotici. È facile perdersi tra confezioni dal design rassicurante e nomi curiosi che, senza troppi giri di parole, puntano dritti all’intestino.
I probiotici affondano le loro radici nel passato, da sempre legati al miglioramento dello stato nutrizionale o del benessere generale. La loro azione non si ferma al solo intestino: l’effetto si propaga, come un’eco, verso gli altri organi con cui l’intestino comunica.
Addentriamoci quindi nell’argomento, per scoprire insieme cosa sono i probiotici e quando potrebbero rivelarsi preziosi alleati.
Cosa sono i probiotici?
Immagina l’intestino come un grande palazzo abitato da miliardi di inquilini. Gli inquilini in questione sono microbi e vanno sotto di nome di microbiota intestinale. È da lì che arrivano i probiotici che troviamo in commercio, sotto forma di integratori.
Le ultime linee guida del nostro Ministero della Salute risalgono al 2018 ma comunque la definizione di probiotici non è cambiata: “microrganismi che si dimostrano in grado, una volta ingeriti in adeguate quantità, di esercitare funzioni benefiche per l’organismo”.
Cosa si intende per “funzioni benefiche”? Possiamo riassumerle in tre punti:
- si prendono cura delle cellule intestinali attraverso la produzione di acidi grassi a corta catena (SCFA), un vero balsamo per l’ intestino
- ci difendono da virus e batteri che portano guai, rubandogli il cibo o non lasciandogli spazio per accomodarsi
- dialogano con il sistema immunitario, inviando preziosi messaggi all’ecosistema intestinale. Un esempio tra tanti la produzione di muco o di specifici anticorpi

Concentriamoci ora sulle caratteristiche dei probiotici studiati a fondo in laboratorio e che, sugli scaffali di farmacie o supermercati, troviamo sotto forma di capsule, bustine o gocce. Ce ne sono di tantissimi tipi, ma non sono tutti uguali.
Per essere etichettati come tali devono soddisfare precisi requisiti.
In primis devono essere di origine umana. Per intenderci: sono in voga probiotici ricavati dal microbiota intestinale di cani e gatti ma non fanno per noi.
È necessario siano vivi, quindi non solo presenti ma capaci di riprendere le loro funzioni metaboliche una volta arrivati nell’intestino. Il modo in cui vengono formulati li mette in una sorta di letargo biologico, da cui risvegliarsi una volta ingeriti. A volte, tra gli ingredienti di un probiotico, troviamo anche zuccheri o proteine del latte che servono proprio a proteggere i batteri durante il loro viaggio.
La resistenza all’acidità dello stomaco è d’obbligo, motivo per cui sono spesso racchiusi in capsule gastroresistenti. E a proposito di questo, si apre un dibattito: è meglio assumerli a stomaco pieno o vuoto?
Il dott. Luciano Lozio, pioniere della probiotica in Italia, sostiene da sempre che lo stomaco vuoto non sia l’ambiente ideale per far sopravvivere i probiotici. In assenza di cibo, il pH dello stomaco è più acido e meno accogliente. In più, se lo stomaco è vuoto, alcuni batteri che mal tollerano l’ossigeno (come i bifidobatteri) non riescono ad intrufolandosi nell’impasto gastrico per sfuggirgli.
Una volta superata la tempesta dei succhi gastrici, i probiotici devono saper aderire alle pareti dell’intestino. È qui che entra in gioco l’acido miristico, un particolare tipo di grasso di cui sono dotati alcuni batteri e che funziona come un velcro: si attacca alle cellule intestinali e vi si ancora saldamente.
Last but not least, devono colonizzare l’intestino, cioè trovare posto tra il microbiota già residente e dar vita a colonie capaci di rinnovarsi nel tempo.
Perché questa colonizzazione (anche solo temporanea) sia efficace e i probiotici possano davvero fare il loro lavoro, è fondamentale che un numero sufficiente di batteri arrivi a destinazione.
La soglia minima? Almeno un miliardo di cellule vive per ceppo. In etichetta, questo dato è indicato con la sigla UFC, ovvero Unità Formanti Colonia: gergo tecnico per dire quanti batteri hanno la capacità, potenzialmente, di “metter sù casa”.
Quali sono i probiotici protagonisti?
In confronto all’immensità del microbiota intestinale, i probiotici rappresentano solo una piccola cerchia di microbi esaminati in lungo e in largo per poter rientrare a pieno titolo in questa definizione.
Ad oggi, i tre gruppi più comunemente utilizzati sono: i lattobacilli, i bifidobatteri e un lievito, il Saccharomyces boulardii.
I Lattobacilli sono i combattenti in prima linea, veri e propri guardiani delle giunzioni strette della parete intestinale, quelle strutture che tengono coese le cellule e riducono la permeabilità intestinale. Sono i batteri lattici per eccellenza: attraverso la fermentazione, trasformano il lattosio e altri zuccheri in acido lattico, rendendo l’ambiente ostile ai patogeni.
Qui nasce spesso un equivoco: quello tra probiotici e semplici fermenti lattici. È importante chiarirlo, perché nel linguaggio comune i due termini vengono spesso usati come sinonimi, ma non lo sono affatto. Entrambi producono acido lattico, è vero, ma con ruoli diversi. Il probiotico è come un ospite che aspira a diventare residente nel nostro intestino, mentre il fermento lattico (senza l’aggiunta dell’aggettivo “probiotico”) è solo di passaggio, se ne va con le feci come chi fa una breve visita. Una differenza che ne evidenzia anche la diversa qualità.

I Bifidobatteri (per cui ho un debole!) sono preziosi alleati sia dell’intestino che del fegato, non a caso si parla sempre più di asse intestino-fegato. Da una parte, grazie alla produzione di inositolo, i bifidobatteri ripuliscono l’ambiente intestinale intrappolando tossine e metalli pesanti, poi espulsi con le feci. Dall’altra, a livello intestinale, alleggeriscono il lavoro del fegato sequestrando il prodotto di scarto delle proteine (ammonio) e contribuendo così al naturale processo di disintossicazione.
Ma c’è di più! Alcuni recenti studi ipotizzano come specifici ceppi di Bifidobacterium possano dare una mano al fegato nello smaltimento dei grassi, tanto da ridurne l’accumulo a livello epatico. Su un campione di topi con steatosi epatica non alcolica si è visto che l’integrazione di un ceppo di Bifidobacterium longum, era in grado di ridurre i livelli dei trigliceridi epatici. In parole semplici i bifidobatteri potrebbero avere un ruolo chiave nella prevenzione della steatosi epatica non alcolica o meglio nota come “fegato grasso”, uno dei mali del nuovo millennio.
Insomma, meritano davvero un articolo di approfondimento tutto dedicato a loro.
Infine, il Saccharomyces boulardii, essendo un lievito, gode di un vantaggio non da poco rispetto ai suoi “colleghi” batteri: gli antibiotici non possono scalfirlo. Durante una terapia antibiotica, quando si assiste a una vera e propria decimazione batterica, questo lievito può entrare in scena senza timore, proteggendoci da microbi opportunisti e persino legando sostanze tossiche. Resta comunque un lievito vivo, e come tale va usato con cautela, soprattutto in presenza di un sistema immunitario compromesso.

In etichetta, i probiotici vengono indicati quasi come avessero un “nome e cognome”. Prendiamo ad esempio Lactobacillus acidophilus NCFM: la prima voce indica il genere (Lactobacillus), la seconda la specie (acidophilus), e la sigla finale identifica il ceppo di appartenenza (NCFM).
Esiste una varietà infinita di ceppi, tenerne traccia è quasi impossibile. Non tutti i Lactobacillus acidophilus sono uguali infatti: il ceppo NCFM, ad esempio, è quello più studiato in tema di intolleranza al lattosio. Ogni ceppo ha caratteristiche uniche: può resistere meglio all’acidità dello stomaco, aderire più efficacemente alla mucosa intestinale o influenzare il sistema immunitario in modo diverso. Questo è uno dei motivi per cui un probiotico non vale l’altro.
Sugli scaffali, tra gli ingredienti, non troviamo sempre un solo probiotico (monoceppo). Possono presentarsi in coppia, o in vere e proprie miscele (multiceppo), spesso appartenenti a specie o generi diversi. Anche su questi mix la scienza non ha ancora emesso un verdetto definitivo: gli studi attuali ci dicono che non esiste una superiorità chiara tra un singolo ceppo e una miscela.
L’uso delle miscele sembra seguire lo stesso principio ispiratore del trapianto fecale: trasferire una piccola comunità microbica “pura” in un intestino che ha perso l’equilibrio, ad esempio dopo cure antibiotiche. L’idea è simile, ma quello che non sappiamo ancora con certezza è cosa accade davvero nell’intestino una volta che questi mix vengono introdotti. I microbi competono per spazio e nutrimento, non sempre convivono pacificamente e i più forti tendono a prevalere. Per questo, più ceppi non significa necessariamente più efficacia. Qui la scienza ha ancora molte pagine da scrivere.
Come scegliere il probiotico migliore?
Come raccomandato dalle linee guida ministeriali, un probiotico può dirsi sicuro solo se proviene da ceppi ben identificati e studiati sull’uomo, non contiene geni di resistenza agli antibiotici e resta vivo e stabile fino alla data di scadenza.
Tutto corretto, ma la domanda è lecita: come facciamo a scegliere il probiotico migliore quando non abbiamo un professionista accanto a guidarci?
La prossima volta che ci troviamo davanti allo scaffale dei probiotici (e ci sentiamo come di fronte a una distesa di shampoo, tutti “per capelli fragili”), la scelta non andrebbe lasciata al caso né affidata alla confezione più accattivante.
Ecco allora una check-list essenziale per orientarsi:
- Controllare l’etichetta: deve indicare il nome completo del ceppo, non solo “Lactobacillus” o “Bifidobacterium”, ma ad esempio Lactobacillus acidophilus NCFM o Bifidobacterium breve BR03. Meglio diffidare di prodotti che non specificano i ceppi o che promettono “mille miliardi di fermenti” senza dire quali siano.
- Verificare le UFC (Unità Formanti Colonia): devono essere espresse in etichetta e riferite alla data di scadenza, non alla produzione. Una buona dose giornaliera parte da almeno 10⁹ UFC per ceppo.
- Controllare la trasparenza: presenza del numero di lotto, eventuali certificazioni di qualità (GMP, ISO) e riferimenti a test di laboratorio indipendenti, sono tutti segnali di serietà del produttore.
- Attenzione alla conservazione: preferire prodotti che riportano istruzioni chiare su come conservarli (temperatura, protezione da umidità e luce). Il calore è il nemico numero uno, meglio evitare lo scaffale sopra il forno o l’auto d’estate.
E se vogliamo fare una scelta ancora più informata, puntiamo su prodotti che citano studi clinici o che elencano i ceppi testati sull’uomo: è una piccola accortezza che può fare la differenza tra un integratore efficace e uno solo ben pubblicizzato.
Fin qui abbiamo visto cosa sono i probiotici, come agiscono e qualche consiglio pratico per scegliere un buon prodotto. Nella seconda parte di “Probiotici: quando utilizzarli – parte 2” scopriremo per quali problematiche gastrointestinali (e non) vale la pena assumerli.
Le informazioni contenute in questo sito hanno finalità divulgative e non sostituiscono in alcun modo il parere, la diagnosi o il trattamento del medico.
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